un papavero accanto ad una sequoia

13 ore.il tempo più lungo che aveva trascorso in treno,attraversando gran parte dell’italia.da nord a sud o viceversa.alternando le diverse linee ferroviarie che costeggiano i 2 mari,per variare quantomeno il percorso.nei viaggi così lunghi sulla costa cambiava tanto il paesaggio,la vegetazione.a volte persino le condizioni atmosferiche.soprattutto quando,superate le montagne,si raggiungevano le località  di mare.mutava anche il contesto,quando si attraversavano le stazioni delle grandi città.le affascinanti aree urbane nelle quali avrebbe voluto tornare ad abitare.tra i palazzoni antichi e i murales colorati che l’attraevano tanto.più che imbratti,a lei sembravano vere e proprie opere d’arte.quelle della gente comune.che solitamente è la più espressiva già solo per tutto ciò che potrebbe raccontare e per la voglia che ancora ha di comunicare.soprattutto quando sceglie la creatività per protestare. successivamente il treno proseguiva accanto alle zone industriali,sostava nelle stazioni di provincia per fermarsi poi nei piccoli paesini.quelli con le automobili in fila ad attendere l’apertura dei caratteristici passaggi a livello.più o meno a metà di quel lungo viaggio,già molto tempo prima,aveva visto quello che l’aveva fatta pensare,come se fosse incorniciato dai bordi del finestrino,ad un vero e proprio dipinto impressionista.le volte successive non era certo più sorpresa di trovarlo lì,ma continuava a contemplarlo ogni volta con la stessa intensità del primo sguardo.davanti ai suoi occhi,fuori dal finestrino sporco del treno e oltre il lungo filo spinato accanto ai binari della ferrovia,si estendeva con ostentata bellezza un campo di papaveri.i toni più intensi del rosso spiccavano tra i ciuffi del prato e delle spighe di grano.come se il vento avesse adagiato sulla distesa verde e gialla un lenzuolo di seta rossa.i papaveri erano sempre stati i suoi fiori preferiti.così vistosi,inconfondibili.soprattutto per le caratteristiche cromatiche decisamente evidenti.per questo simpatizzava per loro.perchè anche lei era spesso disinvolta nel mostrarsi a distanza.ma altrettanto inibita nel rivelarsi più da vicino.le piaceva essere notata,magari per la strada.ma più lo spazio dagli altri si riduceva,soprattutto a livello affettivo,più finiva per sentirsi sotto esame.divisa nel cercare insistentemente le attenzioni altrui.e sottrarsene,non appena le aveva ottenute.temeva di essere osservata con una lente di ingrandimento,troppo troppo da vicino.e poi era piuttosto fragile,proprio come questi fiori.che se li guardi da lontano appaiono indistruttibili.ma in realtà non lo sono affatto.sono forti nelle tinte e nella capacità di adattamento.crescono un pò dappertutto,magari dove non ti aspetteresti.persino accanto a quella discarica,così vicina ai binari del treno.ma quando provi a coglierne uno ti rendi subito conto di quanto siano delicati.perchè sfioriscono,appena li strappi da terra e li separi dagli altri per condurli lontano.da bambina aveva una pressa per i fiori alla quale teneva tantissimo.un dono prezioso ricevuto da una persona speciale.dopo averli raccolti nei prati li metteva lì dentro pressati.quando finalmente i fiori essiccavano li utilizzava per realizzare dei quadretti,che erano ancora appesi alle pareti di casa e che,nella loro infantile imprecisione,oggi le suscitavano molta tenerezza.solitamente i fiori che inseriva tra le pagine pressate di carta assorbente,una volta essiccati,diventavano ancora più belli.come se cristallizzassero le loro caratteristiche.il tempo accentuava le peculiarità cromatiche.evidenziava le venature dei petali e dello stelo,le loro sfumature.era così per quasi tutti i fiori tranne che per i papaveri.loro invece,rimanendo all’interno della pressa,si scurivano e si frantumavano persino.così,dopo vari tentativi,aveva deciso che fosse meglio lasciarli dov’erano.resistendo alla tentazione di portarli a casa con sè.tanto aveva capito che,una volta recisi,i papaveri si sarebbero rabbuiati.senza luce e nutrimento avrebbero perso la loro caratteristica vitalità.proprio come lei che,in assenza di sole e distante da un luogo accogliente,sfioriva all’istante.dopo la vista del campo di papaveri ricominciavano le gallerie e,allontanandosi dai ricordi dell’infanzia,ripiombava nuovamente nella realtà dei grandi.quella che si compone di obblighi,impegni,responsabilità.di innumerevoli adempimenti che allontanano i traguardi.e di interminabili ore che ti separano dall’arrivo.il tempo che sembra rallentare e che riprende a scorrere veloce solo quando vorresti che si arrestasse.lei destava i condizionamenti e l’idea di dover dipendere da un mezzo di locomozione la snervava.soprattutto per i ritardi ai quali non avrebbe in alcun modo potuto ovviare.imprevisti che purtroppo capitano anche durante il viaggio più imperscrutabile che è la vita.ma nonostante la consueta stanchezza aveva comunque tanto desiderio di arrivare.quella sera avrebbe dimenticato ogni fatica,una volta accanto alla sua sequoia gigante.l’unico albero sotto il quale si sentisse veramente al riparo.il solo che non avesse mai visto vacillare.così robusto,vigoroso,al posto giusto in ogni momento,in qualunque terreno.saldo,fermo,in ogni situazione.senza mai un’esitazione.consapevole e orgoglioso delle proprie radici.intraprendente e lungimirante nell’estendere i propri rami sempre più in alto.pensarlo così invulnerabile la attraeva moltissimo.ma allo stesso tempo la intimidiva.la faceva sentire più fragile di quanto avrebbe voluto.non riusciva a rinunciare a quella sensazione di sentirsi protetta,al sicuro.ma allo stesso tempo scalpitava per dimostrare che poteva farcela da sola.che a modo suo era forte pure lei.la stessa sensazione che provava quando si trovava in famiglia.sentiva forte il desiderio di appartenenza ma dopo un pò cercava comunque una via di fuga.solitamente quella della solitudine.l’unico luogo in cui si possa essere completamente se stessi.quando si è in presenza soltanto delle proprie imperfezioni non si corre il rischio di deludere nessuno.e lei,con la sua tendenza a mostrarsi al meglio,si chiedeva spesso quanto gli altri la conoscessero realmente.e certo,soprattutto in questo caso,si era sempre domandata quale fosse la ragione del loro incontro.ammesso che nell’imperscrutabilita’ del destino ve ne fosse davvero una.ma non poteva credere che quell’appuntamento tra le loro vite fosse stato realmente casuale.erano due creature tanto diverse e geograficamente distanti.che nonostante tutto erano riuscite a trovarsi,riconoscersi e non perdersi.a nutrirsi l’un l’altra di vitale energia.a creare uno spazio esclusivo.a condividerlo,preservandolo dalle ingerenze altrui.ad affrontare le intemperie restando vicini,continuando ad aspettare il sereno.a riporre fiducia incondizionata in quel meraviglioso cielo.lo stesso di tanto tempo prima.quel tempo che da allora continua a scorrere un pò stano:troppo veloce oppure troppo piano.quel tempo nei ricordi illuminati dal sole.e dai colori indescrivibili del primo tramonto insieme.guardato attraverso gli occhi entusiasti e stupefatti di due bambini.allora sconosciuti ma già rivolti,come oggi,verso lo stesso orizzonte lontano.e lì su quel treno pensava che forse proprio questa potrebbe essere la ragione.rivelata già molto tempo fa,da quel primo incontro al mare.che,nonostante le diversità,le loro anime ignorano le differenze per valorizzare ciò che le accomuna.il desiderio fortemente condiviso di correre insieme verso gli stessi traguardi.senza mettersi fretta,rispettando le distanze,rimanendo sufficientemente vicini.superando gli ostacoli e trascurando la stanchezza.andando avanti comunque,sempre nella stessa direzione.quella dell’emozione.dove ogni giorno puoi stupirti di quanto sia più bello,proprio come due bambini,non smettere mai di entusiasmarsi insieme.

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onde tra gli scogli dei pensieri

quel tragitto lo aveva già percorso un’infinità di volte.in qualunque direzione viaggiasse si domandava se stesse partendo “da casa” o tornando “verso casa”.cioè se casa sua fosse la città che lasciava alla partenza o quella che avrebbe raggiunto all’arrivo.nel dubbio sempre meglio non pensarci,le avrebbe suggerito qualcuno.era una linea ferroviaria che ormai conosceva perfettamente.in parte costeggiava il mare.e quando valicava le montagne attraversava interminabili gallerie.c’era un punto del percorso che trovava sempre particolarmente suggestivo.uscendo da una galleria decisamente lunga,appena prima di entrare nella successiva,il treno sembrava per un attimo piegarsi di lato.a quella velocità era un movimento che si percepiva solo per una frazione di secondo.forse in quel breve tratto il terreno era in discesa e le rotaie un po’ inclinate.non lo sapeva con sicurezza.era certa però che ogni volta passando di là avrebbe rivisto,seppure per poco,uno spettacolo incantevole.capitava proprio nel momento in cui,appena uscita dal buio della galleria,i suoi occhi rimanevano abbagliati,dovendosi riabituare alla luce fulgente.ma almeno per un istante riusciva a godere di quella meravigliosa vista:la scogliera le appariva enorme e vicinissima.e così le onde del mare.che,soprattutto nelle giornate di vento,si infrangevano vigorosamente sulle rocce.era emozionante,se pure per pochi secondi,sentirsi parte di tanta perfezione.come se fosse anche lei un pezzettino piccolino di quell’immenso.un brevissimo istante di quell’eterno.prima di ritrovarsi prosaicamente nel buio dell’ennesima galleria.così durante quel tragitto in treno,alla vista di tanta straordinaria bellezza,si era ritrovata a pensare a quanto l’attraesse l’impeto del mare.quando era calmo il movimento sinuoso delle onde le ricordava l’ancheggiare di una donna sensuale.e nei giorni di burrasca,quando i flutti diventano enormi cavalloni che percuotono violentemente le rocce,la forza incontenibile dell’acqua la faceva pensare alla passione travolgente di chi non può smettere di amare.e’ un’energia prorompente.inarrestabile.incontenibile.come la rabbia,che non aveva ancora imparato ad arginare.o il tormento,che a volte non riusciva proprio a placare.aveva letto da qualche parte che,quando proprio non si riesce a dormire,si può tentare chiudendo gli occhi e visualizzando un cubo.vuoto all’interno,sospeso in aria e con i lati trasparenti.un modo cervellotico per dire,per l’appunto,che dovresti smettere di pensare.ogni volta che aveva provato aveva prevedibilmente ottenuto l’effetto contrario.innanzitutto i lati del cubo lei non li vedeva mai limpidi.erano sempre sporchi,come i vetri di casa.e poi gli angoli del quadrato la infastidivano.come gli spigoli del suo carattere,che non era ancora riuscita a smussare.per non parlare poi di pensare a qualcosa che resti sospeso in aria…con il rischio evidente di precipitare!no no.questa visualizzazione la faceva soltanto innervosire.se le capitava di svegliarsi di notte,richiudeva gli occhi e immaginava di essere una roccia.solida,robusta,indistruttibile.un grande masso come quelli che vedeva per pochi attimi fuori dal finestrino del treno,giù nella scogliera.diventava lei una pietra al centro del mare.ferma,immobile,in attesa che l’acqua le si avvicinasse dolcemente.poi aggiungeva l’immagine delle onde.molte,tutte differenti.anche di diversi colori.tanto valeva tentare di tranquillizzarsi con la policromia,se visualizzare la trasparenza con lei non funzionava.poi si concentrava su un’onda soltanto.più alta delle altre.di acqua limpida e calda.un’onda di tutti i colori di un arcobaleno.all’inizio l’onda colorata si accostava a lei lentamente,sfiorandola solamente.come per accarezzarla delicatamente.poi l’istante dopo la sovrastava impetuosamente.travolgendola la ricopriva di acqua.completamente,solo per un istante,si lasciava dominare dalla forte potenza del mare.come per magia lei,la pietra, scompariva avvolta nell’abbraccio di quell’acqua colorata.poi l’onda arretrava adagio,lasciandole addosso una sensazione di pace e calore.restava nuovamente libera.una roccia esposta al sole,all’aria e al vento.ma la stessa onda variopinta tornava.si riavvicinava ancora e sempre.in quella scogliera piena di rocce,chissà perché,era proprio lei che cercava.ecco.questa sequenza di immagini tutta sua la rilassava.come quando a yoga eseguiva la successione di movimenti “dell’onda del mare”.che,come ripeteva l’insegnante,fluisce in modo uniforme e costante.senza interruzioni repentine.il corpo e il respiro dovrebbero armonizzarsi.senza mai arrestarsi tra l’inizio e la fine.ripensandoci un mattino,mentre si lavava i denti,aveva realizzato che l’idea di questo scoglio circondato dal mare poteva anche spiegare il modo in cui avrebbe desiderato vivere ogni rapporto.era consapevole di essere quasi sempre lei ad andare incontro agli altri.a muovere il primo passo.nella conoscenza,nella comprensione,nella giustificazione.anche nel perdono.chiedeva sempre lei scusa per prima.magari anche quando non ce n’era bisogno.e sapeva bene che non si trattava di una dote morale.era banalmente perché,se sei tu a precedere l’altro,non saprai mai lui che cosa avrebbe scelto di fare.non gli lasci il tempo di prendere nessuna iniziativa.e soprattutto gli impedisci di non prenderla affatto.così però non concedi a te stessa la possibilità di capire chi ti sarebbe venuto incontro.per cercarti,trovarti,scusarsi.e chi invece avrebbe rinunciato.ignorandoti,lasciando il vuoto della distanza.lei aveva proprio paura di sapere.preferiva non dare l’occasione agli altri di deluderla.arrivava quasi sempre prima.per evitare di capire chi per primo avrebbe mosso i suoi passi verso di lei.e chi,se lei fosse rimasta ferma,l’avrebbe comunque raggiunta.perdendosi così la sorpresa di scoprire che,se qualche volta avesse lasciato agli altri lo spazio e il tempo per muoversi,magari qualcuno l’avrebbe persino preceduta.le avevano persino scritto che lei,nel dimostrare affetto,si trovava spesso “su un gradino più in alto”.e non era solo per ovviare alla statura!forse in quel caso tendeva a dare di più per compensare ciò che non riceveva.sperando che l’altro non ne sentisse,come lei,la mancanza.ottenendo invece di farlo sentire inadeguato.costantemente in difetto.in generale,un pò con tutti,si preoccupava lei di non essere abbastanza.cercava di ridurre le distanze per avvicinarsi agli altri.anche per agevolarli sperando che loro potessero arrivare a lei con minor fatica.nella realtà era lei l’onda.quasi mai lo scoglio.era l’acqua che sommerge.che colma di attenzioni.e che mentre inonda toglie forse anche un pò il respiro.poi però si ritraeva,priva di energia,proprio come i mutamenti della marea.quando esauriva le risorse si sentiva esausta e preferiva restare da sola.ormai le era chiaro.per riuscire a muoversi lei verso gli altri doveva imparare anche a rimanere ferma.a resistere alla tentazione di fuggire da se stessa.troppo difficile domandare lei di farsi ricaricare.detestava chiedere.avrebbe sempre solo voluto dare.in comune con le pietre aveva più che altro la caratteristica testa molto dura!forse proprio per questo le piacevano tanto!un pomeriggio,mentre raccoglieva delle conchiglie sulla spiaggia,ne aveva trovate 3 particolari vicino al mare.una diversa dall’altra ma tutte ugualmente forate al centro.le era sembrato un incantesimo!a casa le aveva legate a 3 cuoricini d’argento.che aveva poi annodato come ciondoli,con dei fili colorati,al polso e tra i capelli.un giorno una ragazza,vedendoli,le aveva chiesto perché aveva abbinato cuori e pietre.lei aveva risposto che sperava che così il suo cuore,che era un pochino fragile,si sarebbe rafforzato,diventando indistruttibile come una roccia.l’altra invece le aveva fatto notare che a lei quell’associazione aveva fatto pensare più che altro che ogni cuore sembrasse schiacciato dal peso di un macigno!lei si era messa a ridere realizzando che se era più corretta la lettura dell’altra ragazza,forse allora era proprio quella l’origine dei suoi tormenti!e aveva riflettuto su quante interpretazioni si possono dare alla realtà.nei rapporti proprio questa era forse la sua preoccupazione più grande.non riuscire a spiegarsi.e non essere in grado di comprendere gli altri.così il timore di disturbare,di diventare invadente,di eccedere nella vicinanza la facevano apparire magari più distante di quanto in realtà desiderasse.e la paura di sembrare poco partecipe,se non addirittura assente,la inducevano ad eccedere invece nelle manifestazioni d’affetto.neanche volesse sentirsi onnipresente.con le altre persone era spesso preoccupata di sbagliare.invidiava quel frammento di pace che scorgeva per un attimo fuori dal finestrino del treno.tra una galleria e l’altra,guardando la scogliera tra le onde del mare.solo per un istante si sentiva anche lei in pace con se stessa.perchè la natura è vita che sa,insieme,trasmettere energia eliminando i pensieri.le onde fluttuano inarrestabili senza paure.gli scogli restano impassibili senza timori.ignorano che cosa sia il tempo.ma proprio quando il vento soffia più forte riducono le distanze,sorprendendosi più vicini.e proprio così da sempre affrontano le bufere.senza conoscere le parole.

orsetti viaggiatori,tra tessuti quilt e vasi kintsugi

era riuscita ad incastrare la borsa nel ripiano sopra i sedili.aveva sempre qualche remora a lasciarla lì.se il posto vicino era libero,preferiva tenerla accanto a sé.o sulle ginocchia,quando il viaggio non durava troppo a lungo.la ragione non proprio edificante della sua ritrosia era che all’interno della borsa trasportava sempre almeno uno dei suoi orsetti.dai quali difficilmente riusciva ad allontanarsi.prima provava a dirsi che il suo compagno di viaggio non sarebbe potuto morire schiacchiato,soffocato o di crepacuore.semplicemente perché,trattandosi di un peluche,effettivamente non era mai stato in vita.ma raramente questa risposta banalmente razionale riusciva a persuaderla.così subito dopo cercava di tranquillizzarsi convincendosi che,al fondo della sua borsa confortevole,il suo orsetto viaggiatore avrebbe dormito al sicuro.sapeva di essere un pò troppo cresciuta per interagire con degli animali di pezza.ma aspettava solo che qualcuno avesse l’imprudenza di farglielo notare!gli avrebbe risposto che la vita è ovunque.negli animali,nelle piante,nei minerali.che se parlava ad un orsetto di tessuto non c’era proprio niente di strano.quantomeno il suo interlocutore era una creatura materialmente esistente nella realtà:aveva una forma,una dimensione,un colore.quanta gente si rivolgeva abitualmente ad entità ultraterrene,mai viste in giro da nessuno?!gli extraterrestri qualcuno diceva di averli avvistati.le divinità continuavano a restare un’entità meramente astratta.invocatissima e gettonatissima.se pure poco incline a fornire risposte ai fedeli.pregare è come ripetere un monologo,sperando che venga ascoltato.un modo per legittimare la necessità di dare sfogo ai propri tormenti,parlando da soli.lei trovava più conforto nei suoi orsetti.loro c’erano davvero.a casa ad aspettarla.ovunque con lei,se voleva.quei pupazzi potevano rassicurarla senza parole.proprio come funziona con le persone che ami.basta stringerle forte a te per sentirti al sicuro.e lei nei momenti di sconforto aveva trovato abbracci talmente risolutivi da potersi considerare davvero tanto fortunata.tutto l’amore che da sempre aveva ricevuto era proprio il miracolo più straordinario per cui essere riconoscente alla vita.alcuni orsetti li aveva già da bambina.ricordava con tenerezza il rito sacro durante il quale una persona importante glieli rammendava.per non far fuoriuscire la lana,quando il tessuto si strappava.per lei era un vero e proprio intervento chirurgico!si trasferiva in cucina,prendeva la scatola di latta con aghi,fili,bottoni e affidava fiduciosa l’orsetto ferito alle cure premurose della dottoressa di casa.intanto nel vagone una ragazza stava discutendo animatamente al telefono.con un fidanzato,un marito,un amante.sicuramente qualcuno con il quale non riusciva più a comunicare senza urlare.proprio oggi aveva saputo di un’altra relazione interrotta.due persone che conosceva bene.e a cui di bene ne voleva tanto.forse il loro rapporto era stato involontariamente danneggiato da entrambi.ma chissà magari non era ancora così deteriorato da non poter essere riparato.constatava spesso che la tendenza del momento era gettare via.oggetti,progetti,persone.come se fosse un impiccio tenere qualcosa che non funziona.un ingombro conservare ciò che non serve più.non ci si domanda se si può riparare.o diversamente riutilizzare.si butta via,si sostituisce e basta.con un nuovo oggetto.un diverso progetto.ancora una persona da usare.è la novità che entusiasma.si diventa bambini viziati.che si stufano di ciò che posseggono e non vedono l’ora di ottenere l’ennesimo pacchetto da scartare.e poco dopo,con noncuranza,di nuovo da accantonare.come se il valore del tempo non avesse più significato.come se trascorresse freneticamente invano.eppure,pensava lei,tutto ciò che è appartenuto al passato è più prezioso.per questo adorava abitare nei palazzi medioevali!perchè sono edifici che esistono e resistono da secoli.le loro fondamenta hanno dimostrato di essere più forti degli abusi edilizi,dei bombardamenti e dei terremoti.le loro pareti sono solide e trattengono all’interno il calore.quando ci vivi dentro ti fanno sentire riscaldato come l’abbraccio avvolgente e rassicurante di una persona anziana.così le piaceva infilarsi i vestiti appartenuti tempo prima alle donne della sua famiglia.ma anche scovati nei negozietti dell’usato.indossati da chissà chi.da persone che in momenti e luoghi a lei sconosciuti li avevano scelti per chissà quali occasioni.scrivendo le proprie storie.vivendo altre emozioni.mentre li provava,guardandosi allo specchio, fantasticava sul passato di quegli indumenti già utilizzati. immaginava che magari una donna,proprio con quell’abito,era uscita per il suo primo appuntamento.e per l’agitazione,come sarebbe potuto capitare a lei,era ruzzolata giù per le scale davanti all’innamorato!abiti appartenuti a donne come lei.ma con altre vite.diversi sogni,prospettive,aspirazioni.oggi erano i suoi.con qualche strappo evidente,nonostante i rattoppi.segni di un tempo andato.ma mai così lontano da non poter tornare.per trasmettere ancora più forte un’emozione.per lei questo era fondamentale.che si trattasse di oggetti,di progetti e,ancora di più,di persone.conservare con rispetto e dedizione qualcosa che appartiene al passato significa preservarlo dal tempo.e dalla tentazione di sostituirlo con qualcosa di nuovo.che tanto,tra qualche tempo,confrontato con qualcosa di più recente,potrebbe essere considerato nuovamente vecchio.negli stati uniti aveva scoperto l’interesse di alcune famiglie per la tradizione del quilt,la trapunta realizzata con la tecnica patchwork.tanti piccoli ritagli di stoffa colorata,cuciti insieme tra loro.una pratica nata secoli fa proprio per l’esigenza di riutilizzare i pochi tessuti allora disponibili.era diventata oggi una tecnica diffusa,valorizzata e molto apprezzata.quando aveva visto tutti quei tessuti esposti,uno accanto all’altro,era rimasta incantata!aveva trovato quelle stoffe variopinte meravigliose.erano cucite da tante donne della stessa famiglia.che impiegavano le proprie energie per realizzare insieme,con tessuti riadattati,qualcosa di veramente tanto bello.e di unico,perché nessuna trapunta poteva essere uguale alle altre.guardandole rapita aveva anche pensato che,proprio come in quei tessuti magici,anche nella vita delle persone si dovrebbe tentare di ricucire gli strappi.certo dopo un rattoppo la stoffa non sarà più identica a prima.ma diventerà sicuramente più resistente.e più preziosa.perchè ottenuta con impegno.invece di cedere alla tentazione di arrendersi ad una lacerazione.allontanando definitivamente due parti che fino a poco prima,una accanto all’altra,erano unite insieme.la ragazza seduta poco più avanti aveva interrotto la telefonata e adesso piangeva.avrebbe voluto confortarla ma temeva di risultare invadente.le avrebbe sorriso.un messaggio per dirle “se ti va ci sono.se parlo abitualmente con gli orsetti,all’occorrenza posso parlare anche con gli sconosciuti!”.intanto la sua mente era volata dagli stati uniti al giappone.dove da secoli si riparavano i vasi pregiati con la tecnica kintsugi.riunendo i cocci con resina mista ad argento,platino e oro.più evidenti erano le crepe,più il vaso acquistava valore.per tutto ciò che aveva vissuto.e,come se si trattasse di una persona,per evidenziare ciò che nel passato aveva affrontato e risolto.nonostante tutto,invece di frantumarsi,i pezzi di quei vasi pregiati erano rimasti insieme.le loro spaccature nella ceramica le ricordavano le rughe sul volto degli anziani.accarezzati o feriti dall’esistenza.segnati dalle sofferenze e dalle gioie vissute.dalle lacrime,dai sorrisi,dalle malattie.eppure,negli anziani che lei aveva amato,aveva sempre notato che,sui visi trasformati dal tempo,lo sguardo era rimasto quello di sempre.lo stesso,pieno di vita,che aveva scovato nelle fotografie del loro passato.gli occhi sono l’espressione di una persona.e non smettono mai di trasmettere energia. perchè l’anima neppure il tempo può portarla via.non può toglierla ad un orsetto dell’infanzia.non può rimuoverla da una casa medievale,da una stoffa quilt,da un vaso kintsugi.non può sottrarla ad un progetto.nè tantomeno levarla ad un rapporto.è proprio il tempo che trascorre a caratterizzare di più ogni cosa.a donarle pregio,importanza,valore.a renderla speciale,unica e preziosa.non è vero:non è il tempo che sciupa le cose.sono gli atteggiamenti come l’indifferenza,il disinteresse,l’apatia a distruggerne l’anima.sono le persone a trattare la vita con noncuranza.a gettarla tristemente via,dopo averla trascurata.ogni volta che di un forte interesse rimane solo il residuo indesiderato.da eliminare come l’ennesimo rifiuto indifferenziato.

luminosi mappamondi senza confini

da qualunque stazione passasse c’erano sempre tante persone senza fissa dimora.alcune persino sdraiate a terra,tra la sporcizia e la quasi costante indifferenza dei passanti.guardandole pensava,una volta di più,a quanto lei fosse fortunata.qualunque treno avesse preso,avrebbe raggiunto una casa.intesa non soltanto come luogo dove dimorare.nè solo come grande contenitore per tutte le sue cose.le case in cui aveva abitato per lei erano state soprattutto una meta,un rifugio.il riparo per preservare ogni tipo di emozione.erano il posto in cui sentirsi accolta.per vivere da sola,nel conforto dei ricordi rappresentati dagli oggetti.o con i suoi cari,nel calore degli affetti.quella sera sarebbe tornata nella casa in cui abitava abitualmente.entrando,per prima cosa,avrebbe acceso le sue lampade.che l’avevano seguita in ogni città in cui aveva vissuto.aveva sempre prestato molta attenzione alle luci all’interno delle case.anche a quelle che da bambina osservava di sera,accese oltre le finestre della sua.nei ricordi più luminosi della sua infanzia c’era proprio un mappamondo che si illuminava.allora,ma ancora anche un po’ oggi,credeva fosse magico!si accendeva di notte.prima di andare a nanna.non proprio da solo.era un incantesimo che si avverava,solo per lei,quando restava a dormire a casa di una persona speciale.proprio lui,spiegandole pazientemente la geografia del mondo,le mostrava l’enormità del pianeta.parlandole della vastità dei continenti e dell’immensità dei mari.descrivendole poi la potente grandezza delle stelle.le diceva che gli astri emanano talmente tanta luce che,anche a notevole distanza,non sono mai così lontani da non riuscire a rischiarare il buio della notte.proprio da quei racconti aveva colto l’estensione del mondo.e anche la sua unicità.aveva compreso che la sua superficie si estende ininterrottamente nello spazio sferico della terra,senza possibilità di individuarne un inizio e una fine.ancora oggi tra le sue lampade c’erano dei mappamondi luminosi.se ne era regalata uno di vetro bianco che le piaceva tantissimo.all’interno aveva un piccolo dispositivo mobile che,girando,mostrava all’esterno le ombre dei continenti,mentre ruotavano.di sera si soffermava spesso a guardarlo,seduta a gambe incrociate sul divano.pensava che sarebbe stato un gran sollievo restare ferma in un punto qualsiasi di quel mappamondo girevole.lei immobile e tutto il resto in movimento.così il mondo le avrebbe ruotato finalmente intorno.certo,si rendeva conto di fantasticare su una teoria egocentrica dell’universo!i continenti si sarebbero avvicinati a lei,senza che dovesse neppure muovere un passo.avrebbe smesso di partire.di viaggiare per raggiungere gli altri.non era la fatica fisica che avvertiva,ma la stanchezza emotiva.perché spostarsi da una casa all’altra comportava un gran dispendio di energie.in qualunque luogo si trovasse,non poteva non pensare di non essere altrove.se c’era qualcuno finalmente vicino,c’era necessariamente qualcun altro troppo distante.viveva il ricongiungimento soffrendone la separazione.l’emozionante arrivo insieme alla difficile partenza.il tanto atteso contatto e di nuovo l’ennesimo doloroso distacco.forse per questo era tanto attratta dai nomadi.perchè loro vivevano e viaggiavano insieme.con meno necessità materiali e maggiore sostegno reciproco.erano grandi famiglie che non si disperdevano mai.forse in una vita precedente era stata anche lei una zingara.e magari nella prossima sarebbe stata una tartaruga.sarebbe bastata a se stessa.avrebbe viaggiato solo per il piacere di scoprire luoghi ancora inesplorati.portandosi dietro la sua casa.e la sua anima,sempre con sè.protetta da una corazza.così nei lunghi anni della prossima esistenza non avrebbe più dovuto spostarsi nel vano tentativo di ritrovare i pezzettini ovunque sparpagliati del suo cuore.quando era piccola aveva capito persino perchè gli abitanti dell’emisfero australe non rimanessero a testa in giù, penzoloni.invece,ancora oggi,non riusciva a comprendere come si potesse rimanere fermi mentre la terra girava.ma infatti,pensandoci meglio,quando mai lei lo era davvero?c’era un posto in cui si sentiva veramente stabile?che fosse una città,un locale,una stanza della sua casa,immobile non riusciva proprio a stare.era innegabilmente irrequieta.la muoveva il desiderio perenne di spostarsi altrove.come se una potente calamita la attraesse costantemente lontano.per avvicinarsi a qualcuno.o per fuggire da sè.diceva sempre che per lei questo mondo era troppo grande così com’era.se era stato creato per opera di qualcuno,costui aveva avuto un progetto eccessivamente pretenzioso.gli era forse sfuggito un po’ di mano.mancava ancora un’oretta al termine di quel viaggio.era partita all’alba e non vedeva l’ora di arrivare.di illuminare la casa e di ascoltare il suo programma radio della sera.proprio accanto allo stereo e al mappamondo in movimento,ne aveva disposto un altro,che era il suo preferito.non a caso,glielo aveva regalato la stessa persona che da bambina le illuminava quello magico!quando rientrava a casa lo accendeva sempre per primo.era un mappamondo coloratissimo che mostrava la collocazione geografica delle specie animali sulla terra.osservandolo rifletteva che gli animali rappresentati potevano attraversare il mondo,indisturbati,per cercare il luogo migliore per loro.pensava spesso che gli uccelli non conoscevano confini,frontiere,barriere.loro sì che potevano volare liberi nel cielo.diveramente dagli esseri umani non erano vittime di restrizioni.a lei suonava così strano sentir parlare di “emigrati” ed “immigrati”.si domandava sempre:ma sta migrazione da dove e per dove è?!il pianeta terra,come si evinceva chiaramente dai suoi mappamondi luminosi,era uno soltanto!così si innervosiva quando sentiva alcune persone ridurre l’estensione del mondo ad un mero elenco di piccoli spazi circoscritti.aree delimitate e convenzionalmente stabilite per soddisfare gli interessi di qualcuno.ambiti politicamente,inutilmente e dannosamente decisi dall’uomo.confini segnati con l’inchiostro sulle cartine geografiche.e con il sangue nelle vite di troppe persone.le stesse persone che pretendevano poi di relegare gli esseri umani in questo reticolato di sbarramenti,proibendo loro di muoversi liberamente.secondo lei progredire significa agevolare gli spostamenti,rimuovendo gli impedimenti.al contrario,alcune persone avevano la tendenza a recintare gli spazi con la diffidenza.rendendosi così prigionieri di loro stessi.reclusi negli angusti spazi delle loro menti.eppure le sembrava così facile:se gli uccelli possono spostarsi ovunque,senza restrizioni,perchè le persone devono essere sottoposte a così tanti controlli?!continuava a non capirlo.aveva concluso soltanto che gli animali sanno organizzarsi,gestirsi e rispettarsi molto meglio di noi.e mentre due signori seduti accanto conversavano della segnalazione di una maestra all’accademia della crusca,pensava che,diversamente dal bambino che aveva suggerito di aggiungere un termine nuovo,lei fin da piccola avrebbe voluto togliere dal dizionario il termine “straniero”.semplicemente perché,pur non avendone mai capito il significato profondo,aveva sempre avvertito che veniva utilizzato con un’accezione negativa.sia che una persona si sentisse lei stessa “straniera”,tristemente lontana dalla propria casa.sia che fossero gli altri a farla sentire “straniera”,indesiderata nella propria.e poi non comprendeva:straniera dove?straniera per chi?straniera perché?una persona è straniera quando è lontana dalla propria casa.ma la casa dovrebbe essere proprio il posto in cui quella persona si sente a casa!dove trova ad accoglierla i suoi affetti.e questo posto dovrebbe essere ovunque.dappertutto.in ogni luogo.come accade per gli uccelli.che mentre attraversano il mondo non si sentono mai stranieri.loro hanno il diritto imprescindibile di volare in tutto il cielo.di costruire il nido su ogni albero.di scegliere qualsiasi ramo per riposare.qualunque spiaggia da sorvolare.e ancora un altro prato verso il quale ritornare.finchè la loro casa sarà semplicemente quella in cui avranno scelto di restare.

 

 

un puzzle ancora da completare

nella piccola stazione di un paesino di mare era salita una famiglia con tre bambini biondi.la loro pelle chiara era arrossata dal sole.probabilmente erano turisti provenienti dal nord europa.si evinceva dal loro aspetto e da come i piccoli viaggiavano composti in treno.mangiavano,leggevano,giocavano silenziosamente.ciascuno seduto al proprio posto.dal suo aveva intravisto il più grande dei tre,un bimbo con lo sguardo molto sveglio,tirare fuori dallo zainetto una scatoletta di cartone celeste come i suoi occhi.l’aveva aperta lentamente,sollevando il coperchio.e sempre adagio l’aveva capovolta sul tavolino per estrarne il contenuto:pezzettini colorati di un piccolo puzzle.bevendo dalla cannuccia un succo di frutta e scegliendo accuratamente le prime tesserine,il bimbo biondo aveva iniziato a comporlo.quando il treno aveva frenato bruscamente gli era caduto un pezzettino sul sedile.e un altro era finito a terra quando gli era passato accanto,di corsa,il controllore.ma lui,con la consueta calma,si era chinato a raccogliere quei pezzi e aveva continuato pazientemente a cercare il loro posticino,per incastrarli correttamente tra gli altri.lei sorrideva.perché quel bimbo biondo e calmo le suscitava simpatia.crescendo,pensava,sarebbe diventato un bell’uomo.biondo e calmo,come il principe azzurro delle favole.peccato che lei era sempre stata più attratta dai temibili mostri imbattibili e dai pelosi lupi cattivi!guardando il bimbo biondo e calmo ricordava che lei quando era piccola i puzzles li detestava.crescendo cambiamo un po’ ma gli aspetti più caratterizzanti di noi restano uguali.il puzzle è soprattutto un esercizio di pazienza.e lei non ne aveva mai avuta abbastanza.ancora adesso considerava proprio l’impazienza il suo peggior difetto.per avvicinarsi ai traguardi,aveva cercato invano di accorciare il tempo.per poi rendersi conto che,se non li aveva raggiunti,era proprio a causa del tempo,trascorso troppo velocemente.i puzzles non le erano mai piaciuti granché perché,dopo tanto tempo impiegato ad incastrare tutti quei pezzettini simili,il risultato finale era sempre lo stesso.prevedibile e scontato.tanto valeva,una volta finito,lasciarlo completo,incorniciarlo e appenderlo al muro.che senso aveva montarlo e rismontarlo ogni volta da capo?boh.era una roba che l’aveva sempre annoiata.a scuola poi,nelle scatole dagli angoli consunti,c’erano sempre solo puzzles incompleti,dai pezzi mancanti.se durante l’intervallo non si poteva uscire in giardino,capitava che lei si sedesse sul pavimento freddo e si dedicasse,con poco entusiasmo,alla composizione di un puzzle.ogni volta che ne ultimava uno mancava sempre qualche tesserina.per lei era molto fastidioso vedere quello spazio vuoto.era come se osservando l’insieme l’occhio si concentrasse più sugli spazi bianchi che sul resto dell’immagine,composta a fatica.come se l’assenza fosse più evidente della presenza.proprio come capitava adesso che era grande.quando la sua famiglia si riuniva,sentiva ancora più forte la privazione per la mancanza di qualcuno.quando gli spazi a tavola erano occupati da molte persone,le appariva più ingombrante il vuoto incolmabile lasciato da chi non c’era.così il silenzio,al posto delle risate che tanto aveva amato,le sembrava più rumoroso delle voci assordanti dei presenti.anche in quel puzzle di vite,ogni pezzo era unico ed insostituibile.soprattutto quando erano tanti.sapeva che,per riempire gli spazi rimasti vuoti,non sarebbero mai stati abbastanza.dato che era sempre stata incapace di rassegnarsi,oltre che terribilmente impaziente,a scuola aveva poi tentato di completare quei puzzles dai pezzi mancanti.disegnando,ritagliando e colorando i pezzettini con il dettaglio da incastrare.così,pensava allora,i bambini che avrebbero aperto quelle scatole dopo di lei,avrebbero trovato un puzzle completo.inoltre,per ovviare alla noia di comporre sempre la medesima immagine,a casa aveva ideato un puzzle alternativo.aveva disposto a terra,uno accanto all’altro,alcuni fogli bianchi.aveva reso ciascun foglio un frammento del puzzle,disegnando e ritagliando la parte concava e quella convessa,in modo che ogni pezzo si inserisse nell’altro.gli  accostamenti erano molteplici perchè i pezzi di quel puzzle si potevano incastrare più volte tra loro.aveva poi decorato ogni ritaglio in modo differente,utilizzando forme e colori sempre diversi,su entrambi i lati del foglio.il suo puzzle,diversamente dagli altri,realizzava così molti incastri possibili.e quando lo aveva ultimato provava a dare un significato al risultato della combinazione.come quando cercava,ancora oggi,una somiglianza nel profilo delle nuvole o un’interpretazione nel fondo delle tazzine di caffè.ecco,questo sì che l’aveva sempre attratta:scoprire tutte le opportunità possibili,prediligendo poi le alternative  meno scontate.la creatività,l’inventiva,la fantasia l’avevano agevolata,da sempre,nel tentativo di non scoraggiarsi se un puzzle non si completava.o se,una volta portato a termine,l’esito non la soddisfaceva.intanto guardava quei bambini e pensava che erano davvero molto belli.in base ai canoni estetici più tradizionali sembravano degli angioletti dipinti in un quadro ideale,accanto ai genitori altrettanto perfetti.ma lei era ugualmente attratta dai bambini meno composti.da quelli con i lineamenti del viso meno regolari.con le fisionomie più caratteristiche.con un abbigliamento magari trasandato ma più originale.pensava poi a quanto erano meravigliosi i bambini nati da coppie con caratteri somatici tanto diversi.ad esempio da un genitore con la pelle nera e da un altro con la pelle chiara.o,come quella riuscitissima combinazione che tanto amava,la composizione perfetta tra l’incastro di un pezzettino orientale e di uno occidentale.tanto più l’accostamento è inconsueto,pensava,tanto meno il risultato è scontato.e già solo per questo si può considerare decisamente più riuscito.il puzzle che si era costruita a casa era proprio come desiderava:sempre completo,ma con incastri dalle combinazioni inaspettate!magari avesse potuto comporne uno così anche tra i molteplici pezzi della sua vita.in quel puzzle le persone assenti erano sempre più insostituibili.e gli incastri più difficili.tra le persone sempre più sfuggenti.lei sapeva bene cosa significa incastrarsi alla perfezione a qualcuno.è una combinazione rara.che non capita frequentemente.è quando i lati del carattere si congiungono naturalmente.è quando i corpi si sovrappongono completamente.è quando le anime si completano vicendevolmente.è come una magia.straordinaria e irripetibile.che rende la sua vita l’unico pezzo che possa incastrarsi perfettamente nel puzzle della tua.l’incantesimo però può spezzarsi.e questa combinazione ideale non durare per sempre.a volte capita che la tesserina del puzzle,modificandosi un po’,non riesca più ad accostarsi a quella che aveva accanto.ma,con un pò impegno,smussando i propri angoli più spigolosi,la tesserina potrà ancora ricongiungersi all’altra.con un incastro persino migliore di prima.spesso,pensava,è il tempo a modificare le tessere di un puzzle.il tempo che ci cambia un pochino.in qualche modo ci peggiora,smorzando i colori più vivaci e attenuando le forme più originali.ma è proprio grazie al tempo se diventiamo meno fragili e più resistenti.così crescendo ci avviciniamo meno facilmente agli altri,ma possiamo incastrarci meglio a coloro che scegliamo in modo più consapevole e duraturo.non proprio tutto,però,dipende da noi.c’è sempre il caso a determinare la sorte.ormai lo sapeva.il destino che arriva inaspettatamente a scompigliare le tesserine del puzzle.tutti i pezzi dell’esistenza che negli anni aveva tentato di ordinare con accuratezza,pazienza e inutile razionalità.la fatalità che crea confusione nei giorni.disordine nei pensieri.un gran casino nel cuore.un po’ si arrabbiava per questo.perchè gli imprevisti non le erano mai piaciuti.ma poi si ricordava del suo puzzle alternativo.quello che si era costruita da bambina.chissà,magari da piccola aveva presagito che la sua vita sarebbe stata un puzzle dall’esito imprevedibile.di quelli che non annoiano mai.perché regalano sempre l’immagine nuova di un’emozione inaspettata.così,mentre era lì su quel treno,si domandava ancora una volta che cosa le avrebbe riservato il futuro.si ripeteva spesso che il suo puzzle incompleto,tutto sommato,le piaceva anche così com’era.ma sapeva di non poter ignorare la sua costante attesa,in quell’appuntamento imprevedibile con la vita.in cui aveva avuto da sempre la tendenza a colmare gli spazi vuoti.gia’ da bambina,con i pezzi sostitutivi nei puzzles incompleti della scuola.ancora adesso,con gli oggetti con cui riempiva gli armadi,le mensole,le pareti di casa.con le foto che guardava continuamente,nel timore di perdere quelle immagini dalla memoria.con i ciondoli che non toglieva mai,legati persino tra i capelli.con i ricordi delle persone che avrebbe voluto sempre sentire accanto.almeno nel suo cuore,se non era possibile addosso.con la musica con cui cercava di coprire l’assenza di voci in casa.con i rumori nei vicoli su cui si concentrava per riuscire ad addormentarsi,evitando così di ascoltare il frastuono dei suoi pensieri,nel silenzio insonne della notte.con i peluches che ingombravano il letto.che abbracciava forte nel buio per sentirsi meno sola.intanto il bimbo biondo e calmo aveva ultimato il suo puzzle.alzando il viso,si era accorto che lei lo stava guardando.con la cannuccia ancora tra le labbra,le aveva sorriso teneramente.lei aveva ricambiato felice,facendogli l’occhiolino!e aveva interpretato il sorriso dolce di quel bambino come una risposta ai suoi pensieri.come un piccolo segno positivo.come la conferma che un giorno,chissà come,avrebbe trovato quei piccoli pezzettini mancanti che da tanto tempo cercava.per completare,sicuramente in modo inatteso,imprevedibile e inaspettato,il puzzle della sua vita incasinata.così emozionante perché ancora quasi tutta da scoprire.con tanti spazi nel suo cuore ancora da riempire.

bolle di sapone e glicerina senza amuchina

mancavano due ore all’arrivo.rigirava tra le mani un tubetto di bolle di sapone.cercava di posizionare la pallina grigia nel forellino al centro del breve percorso.nei ricordi della sua infanzia,il tappo del flaconcino di plastica era sempre stato così.per alcune cose il tempo sembra non passare mai.per com’era ancora attratta dalle bolle di sapone,ad esempio.quella sera le avrebbe soffiate in giardino,insieme ad una meravigliosa bambina che nel suo cuore occupava un posto speciale.quanto le mancava il suo sorriso quando era lontana.ogni volta che la rivedeva la trovava un po’ più grande.e mentre giocavano insieme si scopriva lei un po’ più piccola ogni volta.le bolle di sapone le piacevano da sempre!quando era piccola le preparava anche in casa,con un po’ di acqua,sapone liquido e glicerina.così nel flaconcino non finivano mai.al parco vedeva alcuni bambini soffiare nel cerchietto cercando di ottenere delle bolle sempre più grandi,senza farle scoppiare.a lei questo modo di usarle non divertiva.preferiva fare così:soffiando un po’ alla volta,provava a farne uscire dal cerchietto di plastica il più possibile,in fila,una dietro l’altra.poi,inseguendole mentre si disperdevano nell’aria,tentava di riacchiapparle con la punta delle dita e di appiccicarle insieme,senza farle scoppiare.in questo modo formava un agglomerato di bolle.tipo una molecola composta da tanti atomi,assemblati tra loro.nella sua mente fingeva che ogni particella fosse una piccola vita e che le bolle,in gruppo,si sarebbero sentite invincibili.unite,avrebbero volato più lontano.un po’ come accade in una famiglia,pensava già allora.composta da tante persone,diverse l’una dall’altra,che devono rimanere vicine,senza eccedere mai nell’invadenza.anche le bolle di sapone,quando si accostano,riducono lo spazio tra loro.se si uniscono saldamente volano insieme leggere.ma se si scontrano bruscamente scoppiano.così rifletteva che in famiglia,crescendo,era sempre più complicato trovare la giusta distanza dagli altri.da bambini,per esempio,avevano diviso il sedile dietro dell’auto,schiacciati uno addosso all’altro.magari bagnati,sporchi e sudati,di ritorno dalla campagna o dal mare.ad ogni curva finivano tutti da un lato,ridendo.e,sempre con un identico sorriso,avevano condiviso gli stessi lettini.il tavolo dei piccoli accanto a quello dei grandi.la coperta a terra per guardare i film.il vassoio delle patate fritte.la ciotola grande dei pop corn.persino la vasca da bagno,in alcune foto buffissime che aveva ritrovato!in quelle immagini dell’infanzia,nei ricordi un po’ sfumati,erano piccole bolle di sapone dai riflessi accesi.che si rincorrevano nei prati e sulla sabbia.che volavano leggere sulla superficie del mare.o restavano tra le pareti di una stanza nei pomeriggi senza sole.avvertiva che adesso il desiderio di riunirsi era ancora lo stesso.ma erano bolle di sapone frenate dai timori che hanno i grandi.magari di eccedere nella vicinanza.di invadere lo spazio altrui.di sconfinare,in qualche modo,nell’estensione dell’altro.delle bolle di sapone più difficili da ricongiungere perché separate dallo spazio.e rallentate dal tempo.magari anche un pò dalle paure.questo blocco non lo riscontrava solo nella sua famiglia che,peraltro,adorava.ma in ogni altro ambiente in cui si trovasse.più le persone erano grandi,più sollevavano dei muri.per difendersi forse.per preservare il proprio spazio vitale.per restare chiuse,al sicuro,nella loro bolla di sapone.così osservava che nel condominio,quando una persona vedeva che in ascensore ce n’era già un’altra,invece di raggiungerla per salutarla e salire insieme,preferiva andare a piedi per le scale.pur di non ritrovarsi chiusa (e a disagio) in quello spazio di condivisione ridotto.invece lei,fin da piccola,se ne era sempre fregata.se avvistava qualcuno in ascensore correva apposta per infilarsi pure lei.e,sorridendo,conversava con chiunque.così la schiva signora anziana del secondo piano aveva iniziato a darle risposte concise sul tempo.poi aveva aggiunto qualche considerazione personale.fino a confidarle addirittura dei suoi acciacchi.e ora,dopo anni,le sorrideva persino.mentre la aspettava,tenendole aperta la porta dell’ascensore.e quella della sua vita.non proprio spalancata ma quantomeno accostata.sarebbe bastato così poco,pensava.anche qui in treno.si trascorre tanto tempo vicini fisicamente e infinitamente distanti.alcuni paralizzati dal timore di sfiorare e di infastidire il passeggero accanto.altri sporcando e disturbando senza alcun riguardo.possibile che fosse tanto complicato prendere la giusta misura?!lei,se pure con qualche esitazione,preferiva provare ad andare incontro agli altri.certo era più facile quando questi altri non ponevano delle barriere.ma aveva compreso che ci sono persone che innalzano recinzioni solo per proteggersi.o per mettere alla prova chi tenta di avvicinarle.per valutare quanto siano determinati a superarle,per arrivare fino a loro.lei aveva bisogno del contatto.della vicinanza agli altri.per qualche attimo in ascensore.per qualche ora sul regionale.per una vita intera,se si trattava dei suoi cari.ma avrebbe voluto che questi incontri fossero tutti senza riserve,come accade tra i bambini.che il contatto tra loro fosse adesivo.senza filtri e sovrastrutture.non vedeva l’ora di scambiare energie.di ricevere vita dagli altri,trasmettendo loro la parte migliore di sé.era una bolla di sapone trasparente.di quelle che ci puoi guardare attraverso.che hanno difficoltà a nascondere il peggio di sé.e la tendenza ad apprezzare il meglio negli altri.una bolla di sapone sospesa in aria.sempre in attesa di qualcosa.quasi sempre di unirsi alle altre.a quelle di sapone profumato.ma anche a quelle un po’ più puzzolenti.le uniche che proprio evitava erano “le bolle di amuchina”.quelle che tenevano costantemente le altre a distanza.non per una reale fragilità emotiva ma per la mera superficiale diffidenza.le bolle che si sentono più in alto delle altre.quelle che non provano mai a ridurre la distanza con chi si trova più indietro di loro.e che,anche scorrettamente,cercano sempre di sorpassare chi è più avanti.le bolle riempite di luoghi comuni,aria fritta e pregiudizi.quelle talmente ossessionate dai contagi e dalle infezioni batteriche che già da sole potrebbero essere considerate un’epidemia di insanabile imbecillità.quelle che aspirano ad un mondo stereotipato di finte bolle tutte uguali a loro.che vorrebbero disinfettare gli altri perché sono sporche nell’anima.che criticano ciò che sta fuori senza preoccuparsi di non avere nulla dentro.che mentre sprecano tempo a selezionare resteranno inevitabilmente sole.bolle effimere ed evanescenti.che non sapranno mai quanto sia bello avvicinarsi ed integrarsi agli altri per sentirsi più completi.e quanto ci si senta più ricchi condividendo le proprie fortune.perchè il lusso più grande è proprio poter essere la piccola parte di una bolla di sapone gigante che,sollevandoti con sè,ti farà sempre sentire più leggera.mentre le bolle di amuchina,emarginando gli altri,isoleranno se stesse.e scoppieranno presto,appena il vento della vita avrà soffiato un po’ più forte.

2 cuori e un acquario

ascoltava la stessa canzone,a ripetizione,da ore.anche le cuffiette del lettore mp3 ormai conoscevano la sua tendenza ossessivo-compulsiva.uno dei suoi testi preferiti.appena sussurrato,sulle note di una chitarra.questa strofa,dalla prima volta che aveva sentito il brano,ce l’aveva tatuata sul cuore:“non sono che l’anima di un pesce con le ali,volato via dal mare per annusar le stelle”.un pesce anomalo perché ha le ali.e che magari si sente un po’ strano,soprattutto quando si trova in mezzo agli altri.allora lascia la sua casa.si allontana dal suo mare.dal luogo in cui sa di vivere protetto,al sicuro.si separa da ciò che ha per scoprire cosa altro potrebbe avere.al di là dell’acqua.oltre gli spazi che conosce.parte per cercare nuovi punti di riferimento.per riuscire ad orientarsi e a muoversi agevolmente,altrove.quest’immagine la faceva pensare alla sua costante necessità di cambiamento.forse mai confessata,neppure a se stessa.ma abbastanza evidente,dato che era troppo spesso in viaggio su un treno.il pesce molla tutto per “annusare le stelle”.un progetto temerario.un po’ come i suoi.provare a vivere in un’altra città da sola.tentare di realizzare in un posto nuovo la famiglia che per anni aveva desiderato.e pianificare ancora l’ennesimo trasferimento lontano.chissà poi se la muoveva di più la meta o il viaggio.forse era sempre solo un modo per mettersi alla prova?o il desiderio perverso di correre verso un traguardo,trascurando l’equilibrio e fuggendo la stabilità?la strofa del brano proseguiva con un inciso che le arrivava ogni volta dritto allo stomaco.e non era una sensazione dovuta all’alta velocità del treno.è che lo stomaco si trova molto vicino al cuore.e tra i due,soprattutto quando si ama,c’è sempre un’affinità elettiva.”difficile non è nuotare contro la corrente ma salire fino in cielo e non trovarci niente”.il pesce è determinato.per realizzare il suo progetto affronta le difficoltà.supera gli ostacoli,rimuove gli impedimenti.tenacemente”nuota controcorrente”.ma una volta raggiunto il cielo…non trova NIENTE!il tema tremendo della delusione.l’aver fatto tanta fatica…per NIENTE.ecco,adesso le veniva pure da piangere.era il caso di cambiare canzone.anche le cuffiette l’avrebbero ringraziata!era partita da casa una settimana prima e sarebbe rientrata quella sera,dopo tante ore in treno.non le piaceva allontanarsi dalle sue cose.anche se sapeva che presto sarebbe tornata.un po’ per la sua mania di controllo su tutto.un po’ per il timore che durante la sua assenza potesse accadere qualche imprevisto.ad esempio,che uno dei pesci dell’acquario morisse.così quando riapriva la porta di casa e accendeva la luce tratteneva sempre il respiro.e invece loro erano sempre pieni di vita e continuavano a nuotare indisturbati.certo aveva adottato ogni precauzione possibile.tanto che quei pesciolini,che le avevano detto sarebbero vissuti pochissimo,da ormai 4 anni godevano di ottima salute.pensare che quando glieli avevano regalati per i suoi 30 anni si era detta che,per ricordare quella data,avrebbe preferito qualcosa che durasse per sempre.la vita dei pesci rossi le sembrava un pochino precaria.invece,osservandoli durante le loro acrobatiche piroette,a volte pensava che sarebbero persino durati più a lungo di lei!ciò che l’aveva sempre affascinata dei pesci era che comunicassero senza parole.ora non sapeva se i moscerini,ad esempio,avessero un verso proprio,come i cani e le mucche.ma era chiaro che nell’acqua la comunicazione doveva avvenire con modalità diverse.però aveva letto che nei liquidi il suono viaggia ad una velocità maggiore rispetto all’aria.quindi,ascoltando i suoi cd,si era persuasa che anche i pesci dell’acquario potessero beneficiare della musica.certo non potevano esprimere preferenze sulla scelta dei brani ma,ne era sicura,avrebbero comunque apprezzato il suo pensiero.e quando apriva il frigo notava che si avvicinavano con i loro occhioni al vetro.un po’ come se le dicessero “guarda che è l’ora di cena pure per noi!”.così finiva che,per dare ai pesci da mangiare e sistemare un po’ l’acquario,cenava spesso dopo di loro.in fondo anche i pesci facevano parte della famiglia.SOLO loro,veramente,per alcuni giorni della settimana.erano rossi con le pinne un po’ più scure.si era persuasa che fossero fidanzati.magari solo amanti ma,insomma,che in qualche modo si amassero.se n’era accorta da come nuotavano uno accanto all’altro.o all’altra.il sesso non lo aveva ancora capito.vedeva che seguivano dei movimenti sinuosi,più o meno costanti.osservandoli notava che nello spazio dell’acquario si trovavano sempre vicini.mai troppo.forse per non rischiare di urtarsi.ma abbastanza per seguire la stessa direzione.così,quando apriva il coperchio dell’acquario,li vedeva salire insieme in superficie.quando dava loro il cibo sapeva che avrebbero iniziato a mangiare contemporaneamente.e se uno arrivava prima dell’altro non iniziava mai da solo.aspettava sempre che l’altro lo raggiungesse.di notte poi si cullavano,uno accanto all’altro,sotto la palmetta decorativa che aveva comprato per loro.insomma,una coppia esemplare.non li aveva mai sentiti discutere.a già perché,trattandosi di pesci,non potevano parlare!non erano i soli a pensare che fosse più proficuo comunicare senza voce.c’erano altri sostenitori della trasmissione di emozioni tramite il contatto fisico.e lo sguardo.una concezione di manifestazione emotiva certamente romantica.forse un po’ troppo,persino.chissà a scienze della comunicazione se qualcuno si era posto il problema.cioè,finchè ci troviamo in un acquario,ci sta che tu vedi come nuoto e capisci che sto tentando di sedurti.guardi come muovo le branchie e comprendi di che umore sono quel giorno.ti accorgi che smetto di fare le bolle e ti preoccupi perchè sto morendo (o almeno spero).ma a distanza?!come faccio a trasmetterti informazioni senza parole?che siano scritte o orali,se non ti vedo:come posso comunicare con te?l’oceano è immenso e i pesci che si amano a distanza,senza accorgersene,potrebbero smarrirsi.o magari uno soltanto,voltandosi all’improvviso,potrebbe rendersi conto di aver perso il compagno di viaggio.lui che,fino ad un attimo prima,gli nuotava accanto.sì,lo so,potranno comunque rincontrarsi.in un altro mare o in un’altra vita.ma non è una gran consolazione per il pesce innamorato che deve trovare la forza di proseguire il suo viaggio da solo.altro che viaggio da proseguire,ormai da sola parlava pure!e che doveva fare?!tanto lui non aveva più voglia di ascoltarla.ci stava pure.mentre nuotavano aveva già parlato troppo.invece di assaporare il gusto dell’acqua.di contemplare il riflesso dei raggi del sole tra le onde.avrebbe dovuto sguazzare felice.avrebbe potuto esplorare le profondità degli abissi o abbandonarsi,galleggiando,in superficie.era anche lei un pesce anomalo.questo se l’era già detto.sarà stato per via di quelle ali che la spingevano sempre ad allontanarsi,impedendole di vivere il presente.rimuginava sul passato e si preoccupava per il futuro.affogava,nel tentativo di annusare le stelle.oppure raggiungeva il cielo ma si ritrovava lì da sola.senza niente.inutile fermare il lettore mp3 quando una canzone andava avanti comunque nella sua testa.l’ultima strofa dice:”la voglio fare tutta questa strada…fino al punto esatto in cui si spegne”.per lei significava che un giorno quella strada l’avrebbero comunque proseguita.magari si sarebbero reincarnati in due pesci.e allora sarebbe andata diversamente.tanto per cominciare sarebbe stata necessariamente zitta.ma solo perchè sott’acqua non avrebbe potuto parlare.insieme avrebbero ascoltato tanta musica.perchè il suono,lo sapeva,nell’acqua viaggia più veloce che ai concerti.avrebbero abitato in una conchiglia vista cielo.non importa dove.non importa come.non importa quanto.e nemmeno più perchè.lontana dal frastuono degli eventi,stavolta si sarebbe lasciata trasportare come lui.nel silenzio.dal caldo tepore di un’incontenibile corrente.